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Galeoni sommersi: cambia la caccia

NEW YORK, Usa — Sta per cambiare la caccia ai “galeoni“ sommersi. Non più verso vecchi velieri pieni d’oro, d’argento e gemme preziose, ma navi con le stive gonfie di metalli non ferrosi, che possono essere rivenduti così come vengono riportati in superficie. Ci sono più di 10.000 bastimenti affondati negli oceani di cui, almeno a grandi linee, si conosce le coordinate del punto in cui si inabissarono e che attendono di arricchire chiunque ne porterà a galla anche uno solo.

Per 20 di essi si è stimato con precisione che una volta trasportato a riva, il pesante carico darà modo di ricavare 290 milioni di dollari. Ma ne sono stati individuati altri 50 che dovrebbero dare un profitto di 360 milioni di dollari. Complessivamente, più di mille miliardi delle vecchie lire.

Sono questi i conti spiccioli che hanno convinto i manager della SubSea Resources, una società specializzata nelle ricerche sottomarine, a sfruttare le tecniche utilizzate per la ricerca e l’esplorazione petrolifera in tecnologia utile per riportare a galla i carichi di grande valore commerciale di molte navi affondate in passato.

Ora questa tecnologia, che è ormai assodata ed è relativamente poco costosa rispetto ai possibili guadagni, è alla portata di tutti, anche se sono pochi i tecnici che la sanno utilizzare. La SubSea Resources si è accaparrata i migliori al mondo.

“Sino ad oggi – spiega Mark Gleave, responsabile della SubSea Resources – la caccia ai tesori sommersi si era fermata ai relitti che appoggiano su fondali non più profondi di 300 m, perché i sistemi per cercare e riportare in superficie il materiale al loro interno non permettevano di rintracciarli a maggiori profondità”.

“Ma questi relitti – continua Gleave – sono una piccolissima frazione di quelli che giacciono sui fondali marini. Tra i 300 e i 6.000 m di profondità, (a cui corrisponde il 97% di tutti i fondali degli oceani della Terra) infatti, ve ne sono a migliaia che attendono di essere esplorati”.

Utilizzando le tecnologie in loro possesso i ricercatori della SubSea Resources possono scandagliare una superficie di mare di oltre 160 chilometri quadrati al giorno e ciò grazie a un “sonar” che riesce a vedere cosa c’è adagiato sul fondo del mare.

Il sonar è simile a un radar che genera delle onde a una determinata frequenza. Le onde che “illuminano” un vascello che è depositato sul fondo o appena coperto dalle sabbie tornano indietro dando modo di ricostruire con precisione in 3 dimensioni la forma dellanave relitto. Per cercare le navi affondate vengono anche usati i magnetometri, strumenti che misurano le piccole variazione del campo magnetico terrestre che possono essere prodotte da masse metalliche, come una nave ricca di minerali, ad esempio.

Individuato un relitto, un Rov, ossia un sommergibile teleguidato, viene inviato in prossimità del ritrovamento per verificarne l’identità e attraverso i GPS, i satelliti di posizionamento, si determina con assoluta precisione la posizione in cui giace il cargo affondato.

A questo punto interviene una nave da recupero che si posiziona esattamente sul luogo dell’oceano al di sotto del quale giace la nave affondata. Essa è in grado di rimanere fissa su un punto con movimenti laterali che non superano qualche centimetro ed è in grado di affrontare le peggiori tempeste oceaniche.

Da una gru parte una potente benna con una bocca di circa 4 metri di diametro e una forza di penetrazione di circa 200 tonnellate. La sua potenza è in grado di aprire uno squarcio sulla fiancata, o su un qualunque punto del relitto (teleguidata dall’interno della nave appoggio), e in seguito di trasferire il carico in contenitori che vengono calati sul fondo del mare e che possono trasferire sulla nave appoggio anche 25 tonnellate di metalli per volta.

In una settimana possono così essere recuperati anche 1.500 tonnellate di materiale. “Di solito consideriamo che per ogni relitto ci vogliono circa 3 mesi di lavoro e un mese per trasferire il materiale a terra”, racconta Gleave.

“Abbiamo un database, che iniziammo a compilare nel 1982 trascrivendo i rapporti dei comandanti degli U-Bout, dei vari governi che li redigono quando affonda una nave, oltre che le polizze dei carichi. E questo ci aiuta a individuare l’area per iniziare le ricerche di navi affondate”.

“Inoltre – spiega ancora Gleave – abbiamo fotografato decine di navi gemelle a quelle affondate per confrontarle con i relitti che cerchiamo, abbiamo raccolto testimonianze di sopravissuti agli affondamenti e soprattutto abbiamo l’unica copia esistente sull’assicurazione dei rischi di guerra stipulate dalle navi. Senza un simile tesoro di dati la ricerca sarebbe estremamente complicata”.

Quest’anno la SubSea Resources ha sperimentato l’intero sistema puntando a una nave del 19esimo secolo, affondata nell’Oceano Atlantico a 1.000 m di profondità. La ricerca, chiamata “Ella Project” ha portato all’individuazione di un relitto al cui interno vi è un tesoro valutato tra i 5 e gli 8 milioni di dollari.

Ovviamente, al momento, non si sa di più sul tipo di nave e del suo contenuto. Il tutto sarà svelato a breve quando verrà riportato a galla il carico. La SubSea Resources è disposta ad accettare partner per questa moderna caccia ai relitti.

Se la SubSea Resources sostiene di conoscere il luogo di inabissamento di circa 10.000 navi, in realtà sono almeno 25.000 quelle affondate dal 1850 ad oggi, 5.000 delle quali, durante la seconda guerra mondiale. Per il loro valore i bastimenti sono stati suddivisi in due categorie.

Alla prima appartengono i relitti di Classe A, il cui valore presente a bordo supera i 9 milioni di dollari. Ad oggi se ne conoscono una ventina. Esse contengono rame, alluminio, nickel, cobalto, wolframio, vanadio, oro e argento.

Alla Classe B, invece, appartengono relitti i cui carichi potrebbero far ricavare dai 5 agli 8 milioni di dollari. Al momento è nota con precisione quasi assoluta la posizione di una cinquantina di navi appartenenti a questa seconda classe. Vi sono, infine, i relitti del 17esimo e 18esimo secolo ricchi soprattutto d’oro e argento, di cui però non si conosce con precisione il valore presente a bordo. Tra questi ultimi la SubSea Resources ha selezionato 7 navi affondate che potrebbero avere un reale interesse economico e che per questo saranno oggetto di ricerca nei prossimi anni.

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