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Racconti di mare ,Evelina e il suo mondo,storia di un amore perduto

Racconti di mare

EVELINA E IL SUO MONDO, STORIA DI UN AMORE PERDUTO

Articolo della serie *Racconti di mare*

Storia di un amore perduto o se meglio si vuol dire lasciato andare un racconto coinvolgente narrata magistralmente da Armistral. *Ser*

Evelina, non vedeva l’ora di sistemare gli ultimi dati sul pc, ordinare le carte che rischiavano di sommergerla, girare l’interruttore, spegnere la luce e andare a casa per fare la valigia e partire. L’estate è davvero calda in città e vivere in una metropoli come Milano la soffocava, le rendeva l’aria irrespirabile, specie ora a ridosso del ferragosto. A dire il vero non era come negli anni passati, colpa di una crisi galoppante, quando in giro di questi periodi non si vedeva nemmeno un cane girare e quelle serrande di esercizi commerciali abbassate davano l’idea di vie fantasma, dove la vita sembrava sospesa e un passante per strada sembrava più un ET in cerca della sua navicella spaziale per far ritorno a casa. Già il ritorno a casa, il rientro nel proprio nido tra facce amiche percorsi noti, rumori che ti restano dentro e che ti porti appresso per sempre ovunque tu possa essere.

Andare a lavorare a Milano era stata una necessità. Dopo il diploma aveva cercato in tutti modi un lavoro decente per rimanere nel suo ambiente. Purtroppo il lembo di sud dove abitava era diventato inospitale, ostile ai suoi stessi figli, per cui aveva dovuto decidere in fretta nel momento in cui le si era presentata l’occasione. Tramite dei parenti che ormai erano diventati milanesi d’adozione aveva inviato parecchi curricula e alla fine era stata assunta presso un’azienda di autotrasporti come ragioniera. Il diploma lo aveva conseguito con il massimo dei voti, aspetto questo che più degli altri gli aveva permesso di avere una corsia preferenziale tant’è che, seppur fosse all’inizio, era riuscita egregiamente ad avere la stima del suo datore di lavoro che la considerava una ragazza in gamba e molto sveglia. I primi tempi erano stati duri. Aveva ben presto dovuto trovarsi una casa fare i conti con il gestirsi da sola, abituarsi ai bus alla metropolitana e a quelle distanze chilometriche che ti portano via una buona fetta di giornata. La sera poi prima di andare a letto i suoi pensieri correvano a quel lembo di mare a volte calmo a volte schiumoso di rabbia pronto a portarsi via qualsiasi cosa ci fosse sulla spiaggia. Molte notti si svegliava di soprassalto, tendeva l’orecchio per percepire qualche rumore tipico che potesse farla sentire a casa, ma aldilà di qualche sferragliare di tram o stridore di freni, si ritrovava in quell’anonima stanza, in un’anonima città che non era la sua ma che le offriva la possibilità di avere una propria dignità e la possibilità di determinare la sua vita. Si girava pertanto dall’altra parte cercando di approfittare degli ultimi squarci di un riposo a singhiozzi prima che la sveglia suonasse…

Finalmente però l’estate bussava forte alle porte ed Evelina poteva finalmente lasciarsi alle spalle ogni cosa per rientrare a casa, nella sua città e tuffarsi nel calore dei suoi affetti e soprattutto nell’acqua rinfrescante e rigenerante di un mare che ogni volta sembrava avvolgerla tra le sue acque per darle sollievo e infonderle una nuova forza…
Prese la valigia, chiuse l’interruttore della luce, spense il gas e con armi e bagagli raggiunse la sua auto per mettersi sull’autostrada che avrebbe percorso senza guardarsi mai indietro, per andare avanti sempre avanti prima di raggiungere la meta del suo agognato viaggio.

“Mamma mamma, sono arrivata, dove sei?”. Il vecchio portoncino di colpo si aprì ed Evelina corse ad abbracciare sua madre, suo padre, i suoi fratelli ancora a casa perchè più piccoli di lei e ancora alle prese con la scuola. Ogni volta la sua casa le sembrava più bella dell’ultima volta e anche se modesta era una reggia. Inoltre le piaceva la vita che tutt’intorno si dipanava tra le voci di vicini che si chiamavano da una parte all’altra del vicolo, profumi di peperoni e patate o ragù messo a cucinare dalla mattina presto. Non mancava poi la voce squillante della gna Angelina che chiamava perchè non aveva l’aglio o “una pizzica” di sale, o le grida di bambini che giocavano rincorrendosi, tirando qualche calcio al pallone tra l’ira della signora Sisina, che non poteva stare in pace sulla porta o che aveva paura che qualche vetro si rompesse. Insomma in quei bassi tutto sembrava come sempre. Ti accorgevi del tempo che passava, quando vedevi Sasà ormai ragazzo cresciuto, o Titina che ancora adolescente aveva un pancione più grande di lei e presto avrebbe sostituito la bambola con una vera in carne e ossa. Strano come i problemi qui fossero di un genere diverso e come tutto si prendesse con filosofia. Magari si credeva nella possibilità di una vincita o che il tempo fosse infinito e che qualcosa sarebbe cambiato in meglio.
Finalmente ritornava nel suo habitat naturale, come i pesci in fondo al mare che non hanno bisogno di nulla se non di nuotare.
Anche se aveva viaggiato tutta la notte, finiti i convenevoli, disfatta la valigia Evelina con il suo due pezzi rosso, non potè resistere al fascino di una salutare e benefica nuotata.

Tutti gli anni i suoi prendevano un baracchino in uno stabilimento del centro. C’erano l’immancabile ombrellone a strisce gialle e blu, le sdraio di colore azzurro e non mancava un tavolinetto testimone silenzioso di innumerevoli partite a scala tra languidi sospiri e batticuori nascosti per il ragazzo appena conosciuto.
Evelina si chiedeva se anche quest’anno avrebbe rivisto il suo Michele. Si erano conosciuti al mare. Lui fiorentino da generazioni, lei calabrese da sempre. Si erano piaciuti e dopo attese nuotate, piacevoli argomenti trattati avevano capito che tra loro c’era un feeling speciale. Si erano sentiti e incontrati parecchie volte durante l’inverno, ma mancava un certo non so che. La magia della spiaggia, l’affabilita della gente, l’amenità del posto. Forse si. Ecco perchè a un certo punto avevano deciso tacitamente di stare lontano l’uno dall’altro.
“Amore nato al mare, non porta mai all’altare” E’ un antico detto ed Evelina lo aveva fatto proprio.

I giorni trascorrevano. Evelina era contenta, anche se purtroppo si avvicinava il giorno del suo rientro. A casa propria il ritmo del tempo acquistava un senso di leggerezza. C’era molta spensieratezza nei suoi gesti, in quelle lunghe giornate al mare che volavano via in un battibaleno. Pur tuttavia a volte una sottile rabbia si impadroniva dei suoi pensieri, rabbia dettata dal fatto di essere stata costretta a essere una migrante, lontano dalla sua terra, assente dal suo mondo.
I pensieri di Evelina erano come una nuvola che avendo il tempo di svuotarsi, rendeva libero l’azzurro cielo e tutto ritornava come prima.
E il tempo della partenza arrivò puntuale come un orologio. Evelina il giorno prima era un po’ malinconica anche se riusciva molto bene a fingere e nascondere la tristezza latente. Suonò il cellulare.
-Ciao Evelina, sono Michele. Quella voce le provocò un tuffo al cuore e per un po’ la riportò con i piedi a terra.
Parlarono all’incirca un’ora. Poi la Mazzata finale.
-Sai Evelina mi sposo la fine di settembre e siccome ho parlato molto a Debora della nostra amicizia ci terrei che tu venissi al nostro matrimonio.
Per un momento la vista le si oscurò. Si sentiva soffocata dai sionghiozzi, ma con la sua solita non chalance, ridendo aggiunse -Come sono contenta che tu mi abbia invitata. Alla fine questo è un giorno speciale e un momento da ricordare con gli amici che si stimano.

Chiuse la conversazione e per un attimo rimase immobile. Poi il senso del dovere ebbe la meglio su di lei. In fondo Michele non era l’unico uomo e il migliore affare è quello che non si conclude.

Armistral (Antonella Policastrense)

Racconti di mare

Armistral (Antonella Policastrense)

“Articolo a scopo didattico-istruttivo, divulgativo, informativo e ricreativo“


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