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Seguin Island

I fari sono sempre collocati in luoghi molto suggestivi : scogliere a picco sul mare, piccole isole al largo della costa e persino su isolati scogli in mezzo al mare. Questo rende queste costruzioni piene di fascino e fa si che siano circondate da un alone di magia. Per questo nei fari si avvertono spesso delle “presenze”.
Una volta i fari erano tutti abitati da almeno un guardiano, da solo o con la sua famiglia, e questo rendeva più evidente il contrasto tra la piccola abitazione calda e illuminata, magari con una donna affaccendata ai fornelli e i bambini che giocavano in un angolo e il freddo buio della scala a chiocciola della torre che saliva fino alla lanterna che con la sua luce spazzava la buia superficie del mare. Lampo, eclissi, eclissi, lampo, così per tutta la notte. Quando un faro era situato su un’isola non era raro che, durante le tempeste, i suoi abitanti dovessero aspettare per giorni, se non per settimane, che arrivassero le provviste e in quel caso potevano mancare anche le cose più essenziali. In più gli abitanti del faro dovevano far fronte ad una minaccia sempre incombente : la solitudine. Non tutti la sanno sopportare, può essere un male oscuro, che, se non riconosciuto in tempo, può anche portare alla follia.

Seguin Island

Questa fu forse la causa di quello che successe a Seguin Island, una piccola isola al largo delle coste del Maine, negli Stati Uniti, molto tempo fa. Seguin Island è poco più che uno scoglio, una collinetta in mezzo al mare, alta 60 metri, lunga meno di un chilometro, sulla cui sommità è collocato un bel faro, uno dei più antichi d’America, commissionato dallo stesso Presidente Gorge Washington e costruito nel 1795.
Questo è anche uno dei posti più nebbiosi del Nord Atlantico ed un faro in quella posizione, munito di un potente corno da nebbia, era necessario per aiutare l’intensa navigazione a vela in quella zona. La costruzione era molto bella, un piccolo cottage bianco affiancato da una tozza torre, anch’essa bianca, che terminava con una lanterna rotonda, circondata da un piccolo terrazzino con una ringhiera in ferro. Questo era poco più di uno stretto passaggio che doveva servire al guardiano per la pulizia ed il controllo dei vetri della lanterna dall’esterno. Questo stretto balconcino ha, in inglese, un nome singolare “catwalk”, passaggio del gatto, per le sue ridotte dimensioni. Dato che il faro si trovava così in alto rispetto al livello del mare era stato costruito uno scivolo, una specie di rotaia, che serviva per portare i materiali ed i viveri in cima alla collinetta o giù, verso il mare.
Intorno alla metà del 1800 giunsero sull’isola George e sua moglie Gladys per prendersi cura del faro. Erano sposati da poco, per George questo era il primo incarico come Guardiano del Faro ed era intenzionato ad affrontare il suo lavoro con tutto l’entusiasmo della sua giovane età. Era un uomo alto, con occhi e capelli scuri, una corta barba nera, ed era molto fiero della divisa che gli aveva fornito il Servizio Fari, con il suo berretto a visiera che gli dava un’aria imponente. Gladys, al contrario, era bionda, piccola e minuta, con due vivacissimi occhi azzurri.

Seguin Island vintage

Passò il tempo e tutto procedeva bene, George saliva e scendeva la ripida scaletta a chiocciola della torre e prendeva il suo lavoro molto sul serio, mentre Gladys si occupava della casa, che era piccola, ma molto confortevole e ben arredata; faceva parte del mobilio persino un pianoforte che la giovane donna suonava di tanto in tanto. Ma uno strano giorno Gladys cominciò a suonare un insolito motivetto, sempre lo stesso, ossessivamente. All’inizio George non ci fece caso, anzi lo fischiettava mentre si occupava delle sue faccende, ma piano, piano quel motivetto cominciò a penetrargli nella testa e ad innervosirlo. In certe serate serene lui saliva sul piccolo terrazzino e si appoggiava alla lanterna per fumare la pipa, ma quel motivetto lo raggiungeva fino lassù e a Gorge sembrava persino di vedere le note danzare davanti a lui tra cielo e mare. E Gladys suonava, suonava, senza interruzione.
La tragedia era alle porte e infatti una sera George, che era al suo solito posto sul terrazzino in cima alla torre, ripose la sua pipa con calma, scese fino al piano terra, staccò un’ascia dal muro e si precipitò dentro al cottage. Nessuno sa cosa avvenne veramente, ma chi li trovò disse che il piano era stato sfasciato, la giovane moglie uccisa con l’ascia e che il guardiano, resosi forse conto di quanto aveva fatto, si era ucciso con la stessa arma. E’ molto probabile che un ruolo importante in questo raptus di follia l’abbia giocato la solitudine in un luogo così remoto, dove raramente arrivava anima umana, sempre avvolto dalla nebbia, ma una cosa è certa : il guardiano non ha più abbandonato il suo faro.
George, ha continuato, per tutti gli anni a venire, a salire e scendere la stretta scala a chiocciola della torre, a entrare nella sua casa e ad aggirarsi nelle sue stanze, sempre tormentato da quel motivo al pianoforte. Ben presto si rese conto che altri uomini avevano preso il suo posto e questo a lui non piaceva, così cominciò a manifestarsi, quando voleva lui, spaventando a morte i nuovi guardiani che abbandonavano l’isola al più presto senza avere il coraggio di raccontare cosa avevano visto o sentito. Ma altri arrivarono e qualcuno cominciò a parlare. Non sempre chi fa l’esperienza di incontrare un fantasma ne parla volentieri, la paura di non essere creduti o, peggio, di essere presi per visionari è grande, ma George era sempre lì e qualcuno raccontò di averlo visto fumare tranquillamente la sua pipa sul terrazzino fuori della lanterna, in cima al faro.
George non era un fantasma cattivo o sinistro, voleva solamente essere lasciato in pace e si divertiva a giocare degli scherzi ai nuovi guardiani, buttava per terra le loro giacche appese all’attaccapanni, faceva sparire gli attrezzi dall’officina, per poi farli riapparire nello stesso posto dopo che erano stati cercati dappertutto, si faceva vedere dietro alle spalle di uno degli uomini quando, alla sera, si concedevano una pausa giocando a dama, oppure macchiava in qualche modo gli ottoni appena lucidati. Poi c’era il corno da nebbia che improvvisamente si metteva a suonare senza che nessuno lo avesse azionato, e gemiti e lamenti nelle stanze del guardiano e quel motivetto, suonato al pianoforte, quando nella casa non c’era alcuno strumento.
Così gli anni passavano e sempre più si sentiva parlare del fantasma del faro quando, nel 1985, la Guardia Costiera decise di automatizzare la lanterna e di smantellare la stazione. George vide arrivare gli uomini con una barca che trascinava una chiatta, li vide lavorare intorno alla lanterna, installare strumenti strani, ma vide anche che avevano imballato tutti i mobili della sua casa per portarli via dall’isola. George non resistette, questo era troppo, così quella notte, mentre tutti gli uomini dormivano, il responsabile del gruppo fu svegliato di soprassalto dai sussulti del suo letto, e vide in piedi vicino a lui una figura vestita con la vecchia divisa da Guardiano del Faro che lo pregava di non prendere i mobili, e di lasciare il cottage così come si trovava. Naturalmente l’uomo si spaventò a morte e saltò dal suo letto, rifugiandosi nella stanza di un suo compagno, ma il giorno dopo il fatto era stato dimenticato e le operazioni di imbarco iniziarono. Tutti i mobili furono preparati per essere caricati sulla chiatta che aspettava all’ormeggio, furono posizionati sullo scivolo che era stato installato tanti anni prima e piano, piano gli uomini iniziarono a farli scendere verso il mare con l’aiuto di un motore quando, improvvisamente, il motore si fermò senza un motivo, la catena che tratteneva i mobili imballati si ruppe e tutto scivolò in mare, andando irrimediabilmente perduto.
Gli uomini della Guardia Costiera dissero in seguito che un evento simile, in simili circostanze, non si era mai verificato e che, inoltre, era assolutamente impossibile che la catena si spezzasse in quel modo, ma dovettero rassegnarsi e partire lasciando la casa del guardiano ormai vuota e abbandonata.
Nessuno va mai sull’isola ormai, solo i marinai di qualche nave che passa più vicina di altre hanno detto di avere sentito, nel silenzio della notte, le note di un pianoforte confuse con il soffiare del vento e di avere visto un uomo, in piedi sul terrazzino della lanterna, che fumava la pipa.
Questo è un avvenimento truce, che si è verificato tanti anni fa, lontano da noi, ed ha un sapore di leggenda, ma anche in tempi più recenti e in tanti altri fari si raccontano storie di “presenze” senza che si siano verificati fatti di sangue. Sono quasi sempre i vecchi guardiani che non vogliono abbandonare il “loro” faro, tanto forte deve essere il legame che si crea tra l’uomo e la lanterna di cui si è preso cura per tanti anni e che si fanno vedere in giro per la torre o la casa dove hanno abitato.
E’ questa la magia dei Fari ? O non è forse quella loro luce che spazza l’oscurità della notte con un ritmo ben preciso che li distingue l’uno dall’altro ? Nessun faro è uguale ed è questo che permette ai naviganti di distinguerli nel buio della notte, è questo che li guida verso un porto sicuro aiutandoli ad evitare i pericoli del mare, perché il marinaio sa che dietro a quella luce c’è un uomo che la tiene accesa per lui e che non si tratta mai di un fantasma.

Fonte: Annamaria “Lilla” Mariotti

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