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BANFFSHIRE ,RELITTO DIMENTICATO,VRECK BANFFSHIRE,Brodness

BANFFSHIRE ,RELITTO DIMENTICATO,VRECK BANFFSHIRE,Brodness 

Banffshire / Brodness

Banffshire / Brodness

BANFFSHIRE ,RELITTO DIMENTICATO,VRECK BANFFSHIRE,Brodness 

E’ un’ immersione impegnativa. Il Relitto giace a 63 metri.
LA NAVE DA CARICO INGLESE ,AFFONDATA DA UN SOTTOMARINO TEDESCO NEL 1917, GIACE NEI FONDALI A LARGO DELLA COSTA LAZIALE DI TORVAIANICA.

Si trova in perfetto assetto di navigazione su fango a circa 60 metri di profondità la sua prua dritta e fiera si alza fino alla profondità di 47 metri circa lungo 128 metri e largo 17 circa  – è li che aspetta di essere visitato!!!!!!

L’ immersione sul relitto Banffshire, come tutte quelle su relitti, diviene una sorta di tuffo nel passato, le unità affondate poi durante conflitti, rimangono per sempre il teatro di tragedie spesso incomprensibili.

Prepariamoci quindi a scendere su un mostro di circa 130 metri in assetto di navigazione, quasi intatto.

I danni più grandi li hanno subiti le strutture di coperta composte per la maggior parte in legno, il resto della nave rimane, considerata anche la lunga permanenza sul fondo, abbastanza integra.

Per poter esplorare il relitto Banffshire, occorrono più immersioni, la visibilità non sempre è buona, ma la pericolosità più grande è data dalla presenza di reti e lenze in gran numero che si sono accumulate sulla nave nel corso degli anni.

La zona fangosa e sufficientemente deserta fà del relitto Banffshire una sorta di oasi, dove possiamo trovare un pò di tutto da murene, gronghi, anthiax, saraghi, dentici, ricciole a nudibranchi di diverse specie, alle spugne incrostanti e ostriche che ricoprono le superfici dello scafo.

Vista la profondità e la grandezza del relitto che spingono spesso i subacquei a prolungare i tempi di fondo, l’immersione sul relitto banffshire viene eseguita solo con l’utilizzo di miscele normossiche o ipossiche e l’ausilio di gas decompressivi.

N.B.  In fondo all’articolo, dopo i video,  il lettore troverà due storie sul relitto.
Relitto nome :  Brodness  ex  BANFFSHIRE
Tipo : nave da carico   a vapore               piroscafo armato Anno del  varo: 1894 con il nome BANFFSHIRE
Cantieri navali “Hawthorn, Leslie & Co.” a Hebburn on Tyne, nei pressi di Newcastle (nord Inghilterra) Nazionalità: inglese
Lunghezza: 128 m Larghezza:17 m
Compagnia armatrice fino al 1915 (“Turnbull, Martin & Co.” prima, e “Scottish Shire Line” in seguito: 1910) stazza lorda di 5537 tonnellate
Eliche: una
Armatore dal 1915:                                   Blue Star Line
Data affondamento:                   31/03/1917 in assetto                             di navigazione Profondità:   minima 47     max 63 m
Distanza da riva: 4,10 miglia Fondo: Fango
a Tor San Lorenzo (Roma)
Attaccato ed affondata dal sommergibile tedesco UC-38
Immersione: tecnica Difficoltà: alta
Visibilità: scarsa Corrente: assente
Interesse Fotografico: buono Reti: presenti
Interesse storico: buono Interesse biologico: medio
Banffshire / Brodness

Banffshire / Brodness

Il sistema propulsivo del mercantile era affidato ad una macchina a vapore  a tripla espansione capace di sviluppare  ben 491 cavalli nominali, il moto era  trasmesso tramite una sola elica.

Nato per soli  scopi commerciali, rimase disarmata sino al  primo conflitto mondiale, quando la società  armatrice la dotò di un cannone difensivo  da 88 mm a poppa.

Banffshire, il grande piroscafo armato, ovvero il gigante che occupa i sogni dei subacquei locali di Torvaianica – Tor San Lorenzo (Roma), felici ed orgogliosi di avere un bene così importante davanti casa.

German_Submarine_U38 sommergibile tedesco UC-38

German_Submarine_U38 sommergibile tedesco UC-38

Il 31 marzo del 1917 la nave inglese ribattezzata Brodness, (ex Banffshire) della “Blue Star Line”, mentre era in navigazione “in zavorra”, (ossia, con le stive piene d’acqua; quindi scarica di merci, ma con il carico d’acqua a garantirgli l’assetto) da Genova a Port Said (Suez), all’altezza di Rio Torto a Nord  Ovest di Anzio venne intercettata ed affondata dal sommergibile tedesco  UC-38 del Comandante Alfred Klatt. La nave era stata costruita dai cantieri navali “Hawthorn, Leslie & Co.” a Hebburn on Tyne, nei pressi di Newcastle (nord Inghilterra). Lunga 128 metri, e larga quasi 17, venne varata nel 1894 per la compagnia “Elderslie SS Co.”; battezzata BANFFSHIRE, rimase con tale nome fino alle soglie del 1915, trasportando merci e rifornimenti nelle sue capienti stive anche frigorifere, in tutta Europa, nell’area del Mediterraneo, Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda, cambiando ben due volte compagnia armatrice. (“Turnbull, Martin & Co.” prima, e “Scottish Shire Line” in seguito)
Nel 1915 l’acquistò la “Blue Star Line”, rinominandola Brodness, ed in occasione del I conflitto mondiale, l’armò con un cannone difensivo da 88 mm a poppa.
Due anni dopo, colò a picco ferita a morte dall’UC-38, e forse hanno ragione i vecchi marinai quando dicono che cambiare nome a un’imbarcazione porta sfortuna?

VIDEOS

Alcune immagini dell’immersione sul relitto Banffshire o Brodness che dir si voglia…..
imersione con Namakabluemotion, il relitto affondato nel 1917 giace su un fondale fangoso di 60 metri.

Primo Racconto

07 lug 2003  Identificato un Relitto del 1894 Difronte Torvaianica

L’Associazione no-profit Gravitazero (www.gravitazero.org), che ha come finalità l’individuazione, lo studio, la ricerca scientifica e la valorizzazione di aerei, navi da guerra e mercantili, italiani e stranieri, affondati nel Mar Mediterraneo, ad esclusione di quelli d’interesse archeologico o rilevante valore storico posti sotto la tutela della Sovrintendenza, ha identificato nei giorni scorsi il relitto di un grosso mercantile affondato ad una profondità di circa 60 m ad oltre quattro miglia dalla costa, davanti la spiaggia di Marina di Ardea, vicino Roma. Per il riconoscimento e l’identificazione sono state necessarie diverse immersioni
Da Gravitazero: 07 lug 2003

-Da circa due anni sapevamo dell’esistenza di un grosso relitto che si trova ad oltre quattro miglia dalla costa di Rio Torto, la spiaggia di Marina di Ardea, su un fondale di circa 60 m. L’informazione ci era stata fornita da alcuni amici di Nettuno, appassionati di pesca al bolentino, con cui occasionalmente usciamo in mare durante i nostri fine settimana dedicati all’attività subacquea.
Durante la prima immersione l’acqua torbida e la visibilità ridotta a poco più di un metro, resero difficile l’esplorazione. Giungemmo sulla parte centrale della nave in prossimità di un’ampia stiva, e seguendo una murata ci dirigemmo per 70°, fino a trovare il percorso sbarrato da un bigo di carico sul quale era rimasta incastrata una rete per la pesca a strascico con tanto di divergenti. Poco distante, in prossimità di un boccaporto, attraverso il quale si può penetrare all’interno, le avverse condizioni di visibilità ci indussero a tornare indietro e ad esplorare, invece, la stiva. Al suo interno, vedemmo ancora ben conservati i passauomo laterali mentre sul fondo trovammo con stupore la stiva completamente vuota; scopriremo in seguito, grazie alle ricerche effettuate, che la nave era in zavorra cioè scarica al momento dell’affondamento.
Dopo varie immersioni il relitto sembrava non voler rivelare molti indizi sulla propria identità: adagiato su un fondale fangoso, costituito prevalentemente da sedimenti molto fini che facilmente rimangono in sospensione; posizionato lungo un tratto di mare sotto l’influenza dei venti del terzo e quarto quadrante che ne rendono spesso difficile il raggiungimento; ricoperto completamente da ostriche e colonizzato da spugne incrostanti che nascondono la maggior parte delle strutture della nave.
Nel frattempo eravamo impegnati nel progetto di ricerca sui relitti dell’Operazione Shingle in collaborazione col Museo dello sbarco di Anzio e accantonammo fino all’inverno 2002 la nave senza nome. Avevamo già degli elementi che escludevano una precedente identificazione come Liberty Ship propendendo per una nave costruita alla fine del XIX secolo. Giorgio Spazzapan, storico navale molto esperto di marina mercantile, ci aveva dato due riferimenti molto precisi per circoscrivere il campo della nostra ricerca. Successivamente, collezionisti inglesi ci avevano inviato delle foto d’epoca una delle quali sembrava coincidere con le informazioni in nostro possesso. Eravamo, tuttavia, in attesa di un ultimo tuffo con discrete condizioni di visibilità per avere una visione di insieme del relitto e verificare la corrispondenza di alcuni particolari delle foto.      Continua

Un’altra complicazione veniva dalla difficoltà di trovare qualcuno che avesse un valido supporto logistico nonché l’esperienza necessaria per fornirci assistenza ed appoggio durante l’immersione. Fortunatamente queste caratteristiche le troviamo in Paolo Fiorentini del Blu Service di Torvaianica, vicino Roma, che inoltre è anche un esperto conoscitore del relitto.
Finalmente la mattina del 28 giugno scorso le condizioni sembrano favorevoli e partiamo con il gommone dalla spiaggia del Villaggio Tognazzi. Il mare, mosso nei primi metri di costa, subito si spiana in una bonaccia che ci lascia speranzosi. Ormeggiamo sul gavitello dell’albero di prua e, con calma, ci prepariamo ad entrare in acqua con le parole di Paolo nelle orecchie “ragazzi due giorni fa c’era una visibilità di 20 m”.
Iniziamo la discesa lungo il gavitello fissato all’albero di prua e già intorno ai 24 m riusciamo a scorgere prima la coperta e subito dopo la nave in tutta la sua lunghezza; intorno ai 36 m scorgiamo la sommità dell’albero. Il programma d’immersione prevede il raggiungimento del castello per fotografare la targa di riconoscimento della nave per avere una identificazione certa del nome che avevamo già dedotto dalle ricerche storico documentali.
L’eccezionale visibilità modifica i nostri piani facendoci esplorare per prima la prua dove, su due strutture semisferiche, poggiano i fari di segnalazione, probabilmente alimentati ad acetilene, e due grandi maniche a vento. Due notevoli esemplari di pesce luna (Mola mola), circondati da un folto branco di pesce azzurro, si allontanano al nostro arrivo. Superata la prua, intorno ai 52 m, scendiamo di quota per raggiungere e fotografare le due ancore Hall, ancora posizionate nell’occhio di cubia. Il tagliamare si lascia ammirare nella sua interezza e gli dedichiamo più di qualche scatto. Risalendo sulla coperta ci spostiamo verso il castello; all’altezza dei fari di segnalazione ci soffermiamo per verificare un particolare notato in una foto d’epoca della nave: si tratta di due piccoli oblò posti nella parte centrale di una paratia laterale che si affaccia sulla murata. Ai piedi dell ‘albero di prua notiamo l’argano e la coffa. Arriviamo davanti a quel che resta del castello: con delusione scopriamo che la targa è stata recentissimamente asportata da altri subacquei; li abbiamo contattati e siamo venuti così a sapere che sarà loro cura donarla ad un museo locale. In realtà durante questa primavera molte altre parti della nave sono state purtroppo rimosse dai soliti collezionisti.
Verifichiamo, comunque, la corrispondenza degli oblò sulla facciata anteriore del castello e, spostandoci verso poppa, ci soffermiamo a fotografare e disegnare gli elementi salienti del profilo della nave necessari per un suo riconoscimento. Nella parte posteriore del castello si trovano un’elica di rispetto, oblò, bozzelli e altri resti della nave sparsi sulla coperta; in alcuni punti la coperta ha ceduto e il poco legno rimasto lascia intravedere i piani inferiori.     Continua

Secondo Racconto

L’IMMERSIONE RACCONTATA DA …
Paolo Fiorentini

 


Torvajanica: Il relitto della Banffshire/Brodness 

Nell’immaginario collettivo, il litorale romano rappresenta il luogo a portata di mano per la gita estiva “fuori porta”, e le prime cose che vengono in mente sono le immagini in bianco e nero di migrazioni dalla capitale con intere famiglie piene di fagotti arroccate su lambrette e “600”, oppure l’evoluzione più recente delle chiassose scampagnate, condita da lunghe file di auto sotto il sole cocente, acrobatiche partite di racchettoni fra gli ombrelloni, e radio a tutto volume che coprono anche il richiamo del venditore di cocco.
Ma questo tratto di costa non è solo ciò; lo sanno molto bene quanti apprezzano quello che i più non considerano, ed hanno quindi maturato una conoscenza ed un legame più intenso con il territorio.
Personalmente quando penso all’ambiente in cui sono cresciuto, tendo forse per inconscia autodifesa, a non tener conto del degrado e degli scempi prodotti da coloro che, per spietato interesse e/o colpevole ignoranza, hanno contribuito a depredare le ricchezze di un’area che nonostante tutto, riesce a riservarci ancora delle splendide accoglienze, o delle mirabili sorprese, e posso prendere ad esempio l’aspetto archeologico, con l’importante insediamento dell’Antica Lavinium, vicino Pratica di Mare, ed il suo dimenticato centro portuale, nei pressi di Zingarini, a Torvajanica. La riserva di Castel Porziano e la sua naturale appendice del bosco di Decima-Malafede, e tutte le aree in cui è ancora significativo il connubio tra duna e macchia mediterranea.

Se poi parliamo più specificatamente del mare, a dispetto dell’aspetto lidense di questa costa, è oramai noto quanta ricchezza esista poco al largo del nostro Comune, nei due estesi siti delle Secche di Tor Paterno, (parco marino nel settore più distante) dove frastagliate formazioni rocciose offrono dimora alle più apprezzate forme di vita che un sub possa ricercare. (fatta eccezione per il solo corallo rosso)
E fin qui ci siamo già addentrati in contesti che riservano insospettabili situazioni; se però vogliamo parlare di quelle “mirabili sorprese” cui accennavo, e non siamo ancora paghi di emozioni, devo parlarvi della Banffshire, il grande piroscafo armato, ovvero il gigante che occupa i nostri sogni di subacquei locali, felici ed orgogliosi di avere un bene così importante davanti casa.

Tutto è cominciato in una giornata invernale, precisamente in uno di quei pomeriggi cupi e uggiosi in cui gli amanti del mare si ritrovano a parlare di mare, non potendo rendergli visita, ed il luogo abituale di ritrovo soprattutto per i sub del tratto di litorale romano compreso fra Ostia e Anzio, è il centro subacqueo Blu Service di Torvajanica, che raccoglie un po’ tutti quelli che rappresentano lo “zoccolo duro” della subacquea locale.
Si fantasticava sui relitti presenti in zona consultando vecchie e recenti carte nautiche, e si buttavano giù dei piani di ricerca, ben sapendo che comunque ciò che era segnalato era molto vago e a dir poco, approssimativo; in ogni caso si trattava dell’inizio dell’avventura.
La nostra personale avventura, che ebbe come immediato seguito, lunghe mattinate fatte di “scandagliate” in lungo e largo, con l’occhio ipnotizzato sul display dello strumento, e di delusioni, quando il fondale rimaneva piatto sullo schermo, o ancora di più, quando ciò che si trovava a seguito di una discesa vertiginosa nel blu in un punto “buono”, era solo una lamiera contorta.
Poi arrivarono gli esperti pescatori del luogo in aiuto, e ci fornirono (dopo una lunga trattativa di persuasione) gli elementi per avvicinarci al punto buono di ricerca, ma senza darci l’indicazione risolutiva; (i pescatori sapevano dove un grosso relitto rappresentasse la seria probabilità di perdere la rete, ma nessuno sapeva di cosa si trattasse) e fù impagabile imbroccare la giusta direzione, ed osservare il fondale dall’ecoscandaglio che da un profondità omogenea di una sessantina di metri improvvisamente risalì a 46, rivelando di colpo la massa del bastimento.
Tralasciando di descrivere le varie preparazioni preliminari, arrivammo al giorno della prima immersione sul sito: di buon mattino la squadretta estrapolata dallo staff dell’A.G.A. SUB / Blu Service, prese il mare, e una volta raggiunto il punto, si preparò ad entrare in acqua divisa in due coppie, per avere la possibilità di prendere più direzioni, con “angelo custode”, (barcaiolo) Renzo Zanettini di Ardea. (in una coppia Marco Moretti, di Lido dei Pini e Roberto Vivarelli, di Torvajanica, nell’altra il sottoscritto, Paolo Fiorentini sempre da Torvajanica, e Claudio Cicero, Nettunese verace)
Erano quasi le otto del mattino, ed il mare appariva un poco increspato da uno “scirocchetto” costante; decidemmo “a pari e dispari” quale coppia sarebbe scesa per prima: la fortuna scelse me e Claudio.
Il ricordo di quell’immersione lo descrivo in diretta: dopo un cenno d’intesa a pelo d?acqua, ?batto il cinque? con il mio compagno, e via, partiamo a capofitto nel turchino, come ama dire il grande Enzo Maiorca. 10, 20, 25 metri; Claudio, precedendomi di un paio di metri si arresta di colpo; penso immediatamente ad un pericolo, forse una rete persa sulla struttura che sbandiera minacciosa; riduco la distanza e mi si mozza letteralmente il fiato, la giornata particolarmente favorevole, ci aveva riservato una visibilità in acqua di almeno 35-40 metri, ed ora sotto le nostre pinne si innalzava nitida dal fondo la sagoma di una grande nave armata, in perfetto assetto di navigazione; inutile tornare sull’emozione che ci prese, dopo un attimo eravamo nuovamente in picchiata verso l’enorme scafo, aggredito dal tempo, ma ancora perfettamente in grado di raccontarsi.
Non potevamo crederci, stavamo vivendo una cosa simile praticamente davanti casa nostra, e pur avendo tutti noi esperienze ventennali d’immersione, raramente ci era capitato di entusiasmarci tanto. Tutta l’immersione ci lasciò con gli occhi pieni e soddisfatti, (anche un po’ ebbri di narcosi) e i 20 minuti di fondo concessi dalla programmazione, ci permisero solo il tempo di farci un idea generale della cosa.
Nuove immersioni e circa due anni di ricerche storiche, servirono in seguito a collocare la nave in un preciso momento storico ed a dargli un nome; la collaborazione con i sub dell’Associazione Zerogravity, e le attuali consultazioni con Horst Bredow, vecchio comandante di sommergibile nel II conflitto, e attuale direttore dell’U-Boot Archiv di Amburgo-Cuxhaven, stanno poi arricchendo di dettagli la vicenda, ma quella relativa agli ultimi giorni della Banffshire, è un’altra storia, e ci riserveremo di raccontarvela quando il mosaico dei documenti che stiamo raccogliendo, sarà completo.

Per il momento possiamo affermare in tutta sicurezza che il 31 marzo del 1917 la nave inglese ribattezzata Brodness, (ex Banffshire) della “Blue Star Line”, mentre era in navigazione “in zavorra”, (ossia, con le stive piene d’acqua; quindi scarica di merci, ma con il carico d’acqua a garantirgli l’assetto) da Genova a Port Said (Suez), all’altezza di Rio Torto fù attaccata ed affondata dal sommergibile tedesco UC-38, del Comandante Alfred Klatt. La nave era stata costruita dai cantieri navali “Hawthorn, Leslie & Co.” a Hebburn on Tyne, nei pressi di Newcastle (nord Inghilterra). Lunga 128 metri, e larga quasi 17, venne varata nel 1894 per la compagnia “Elderslie SS Co.”; battezzata BANFFSHIRE, rimase con tale nome fino alle soglie del 1915, trasportando merci e rifornimenti nelle sue capienti stive, in tutta Europa, nell’area del Mediterraneo, Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda, cambiando ben due volte compagnia armatrice. (“Turnbull, Martin & Co.” prima, e “Scottish Shire Line” in seguito)
Nel 1915 l’acquistò la “Blue Star Line”, rinominandola Brodness, ed in occasione del I conflitto mondiale, l’armò con un cannone difensivo da 88 mm a poppa.
Due anni dopo, colò a picco ferita a morte dall’UC-38, e forse hanno ragione i vecchi marinai quando dicono che cambiare nome a un’imbarcazione porta sfortuna?

Paolo Fiorentini

“Articolo a scopo didattico-istruttivo, divulgativo, informativo e ricreativo“

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